ho non ho vorrei non vorrei

ho

più agende che impegni, più sogni che desideri, più cieli che stelle, più pane che fame, più sigarette che polmoni, più libri che parole, più dolore che lacrime, più strade che viaggi

non ho

lettere da inviare, treni da aspettare, guerre da ricordare, giardini da coltivare, rimpianti e voglia di ricominciare

vorrei

sapere da che pianeta vieni e cosa dovrei fare, o anche solo una traccia da seguire

non vorrei

dimenticare come si attraversa la notte senza farsi male

klee_02

conclusione provvisoria

Per cena l’ennesimo tramezzino tonno e pomodoro, pomodori gelati e mal conditi, patatine san carlo al pomodoro, banana e cucciolone (pasto insostenibile senza gli acidi corrosivi e benedetti della coca).

E mentre mangio un diluvio di immagini e messaggi: gente che parte e che rimane, che torna e poi riparte, dispersa fra l’Abruzzo e la Sardegna, New York e Barcellona, il Gay Village e Roma Vintage.

Uno dietro l’altro, eccoli in fila a dire che sono lì, che sono proprio loro (nel caso avessi dubbi), con sorrisi tutti uguali davanti a panorami e monumenti sfondo cartolina, vivi e felici; non so che darei per leggere di un pizzico di meraviglia per la loro felicità coatta, e l’essere lì, e esser vivi.

Conclusione provvisoria: rimango un randagio abbandonato.

incantesimi (as tears go by)

… Non serve a nulla ripetere la formula la poesia la preghiera, il tempo degli incanti è andato via.

Così com’era giunto, senza preavvisi o annunci, illuminando d’improvviso il mondo, senza annunci o preavvisi mi ha lasciato.

Forse perché è insostenibile la luce, il senso finalmente trovato a ogni gesto, legato a ogni singola parola.

Niente più punti d’appoggio, abitudini maschere e finzioni. Costretti a vedere, a dire, ad ascoltare: stupefatti davanti al sorriso o alle lacrime, come i primi abitanti della terra, stupefatti di noi. Serve coraggio, ammettilo.

Per questo, ammettilo, gli incantesimi non possono durare.

It is the evening of the day 
I sit and watch the children play 
Smiling faces I can see 
But not for me 
I sit and watch 
As tears go by 

My riches can’t buy everything 
I want to hear the children sing 
All I hear is the sound 
Of rain falling on the ground 
I sit and watch 
As tears go by 

It is the evening of the day 
I sit and watch the children play 
Doin’ things I used to do 
They think are new 
I sit and watch 
As tears go by 

(rimarrai meraviglia, sempre)

xc

[Evanescence, Hello]

Come si disperdono le ore mentre interrogo dadi e carte, oracoli improbabili, come

lasciano scie iridescenti di lumaca.

Alfabeto che non conosco, lingua sconosciuta da decifrare la tua presenza,

ultimo tiro ultima mano dell’ultima partita.

Dovunque se ne vada questa notte, dovunque porti,

ingannala, fingiti Shahrazād,

addormentami e fammi attraversare il buio.

degli esami (notte prima)

Brucia ancora la bocciatura dell’84, l’unica di cui m’importi veramente. Ho sempre negli occhi l’ultimo rigore destinato ad essere inghiottito dal nulla, e dopo le lacrime inebetite di tutti quelli che in un’appiccicata notte dell’ultimo di maggio avevano condiviso sudore e imprecazioni, sapendo già come sarebbe finita. 69.693 spettatori, non io, neanche un biglietto in tutta la città, neanche un bagarino. Circo Massimo, allora: un esilio trasformatosi in fortuna, tanto più breve al ritorno la strada verso casa.

Fu scritta per quella notte di sogni di coppe e di campioni, me lo ricordo bene; scritta per una partita che non potrò mai più giocare.

Avrei voluto seppellirla per sempre, non avendo mai corso il rischio che la matematica diventasse il mio mestiere. Invece, anche se di maturità si è perduta traccia da decenni, da qualche tempo all’inizio di ogni estate sono condannato a riascoltarla nei post su Facebook, classe dopo classe, accompagnata da mantra scaramantici, formule rituali, commenti idioti, come se davvero il giorno successivo non rimandasse altro che a se stesso.

Dovrebbero avere il coraggio di dirvelo che degli esami è rimasta solo l’ossessione dei verbali, l’acida cortesia dei commissari, la demenziale pretesa della ceralacca a sigillare i pacchi. Inutile e ridicola finale, anch’essa dal risultato già segnato.

cento di queste notti

Non ha fretta di arrivare, questa notte clonata; mentre io vorrei già trovarmici perduto dentro, senza incertezze, senza timore. Gli ultimi frammenti di luce che entrano dalla finestra spalancata (inutilmente: il fumo delle sigarette, ormai ho smesso di contarle, ristagna e mi avvelena) mi fanno rabbia, mi sembrano un indugio inutile, una provocazione.

Nessuna difesa, niente più al suo posto, finite tutte le parole. Giuste e sbagliate, te le sei prese una ad una, insieme a tutto il resto (le strade, le canzoni, i viaggi, i desideri, le isole lontane, le foto in bianco e nero). Tutto per te, voglio che sia così.

Nessuna memoria ti protegge mai: quello che credevi di sapere non lo sai, quello che credevi di aver capito è un territorio ignoto, sei condannato di nuovo ad esplorarlo un passo dopo l’altro. E a niente serve la mappa che eri sicuro di avere già tracciato l’ultima volta in cui ti sei perduto. Sorprende come allora la svolta sconosciuta, il trabocchetto, il colpo nella schiena, la nausea alla gola che si fa paura.

Nessuna trincea dove mettersi al riparo per aspettare l’alba e ripassare il percorso dell’assalto, preparare le armi, rileggere le lettere, provare meraviglia che sia davvero esistito un tempo di sonni tranquilli, scoprire insopportabile qualunque nostalgia.

Questo ho capito, nessuna salvezza se non ci sarai.

Solo un caleidoscopio di incomprensibili giornate, frammenti di presente, carte da compilare, telefonate, confezioni di cibo ormai scaduto, i volti sconosciuti alla fermata della metro.

Solo altre cento di queste notti sghimbesce, ore che si accavallano, ricordi che mi accoltellano, stelle che si accendono e poi decidono di cambiare, quasi a farmi dispetto, galassia o universo.

Nessuna salvezza senza di te, questo è sicuro.

(Yann Tiersen, “Comptine d’Un Autre Été“)